UMANITÀ NUOVA

Fra etnie e culture

Faresistema

 

 

 

 


Un percorso di formazione professionale e di costruzione di "reti"per un’integrazione che va oltre l’accoglienza. In Sicilia c’è un progetto –pilota che punta sulle relazioni.

Salvatore Brullo è direttore amministrativo della Cooperativa Foco, con un’esperienza decennale in politiche dell'immigrazione, progettazione sociale, gestione e rendicontazione di progetti. Salvatore è responsabile diretto per la Sicilia del progetto“Fare Sistema-Oltre l’accoglienza”, in partenariato con AMU, AFN, i due soggetti del Movimento dei Focolari, da sempre in prima linea nel lavorare su progetti concreti verso i più deboli.

Come nasce il progetto?

«Noi lavoriamo nel settore dell’accoglienza e dei servizi alla persona da anni, e ci siamo incontrati con l’esigenza di AMU e AFN di fare qualcosa qui in Italia per rispondere all’arrivo dei tanti migranti. AMU, in particolare, ha deciso di intervenire a sostegno dei minori stranieri non accompagnati che in molti sbarcano qui in Sicilia; contattando le varie realtà che sul territorio si occupano di integrazione e accoglienza, sono arrivati anche a noi».

E cosa è successo?

«Abbiamo cominciato a discutere sui bisogni emergenti nel settore. Ci siamo accorti dei tanti giovani tra i 17 e i 19 anni che vivono una situazione molto delicata, perché fin quando sono minorenni sono accolti in comunità e godono di una protezione sostanziale. A 18 anni perdono il diritto di stare in comunità e di fatto si trovano per la strada. È qui che abbiamo voluto intervenire, per accompagnare questi ragazzi all’autonomia».

Nel concreto il progetto cosa prevede? 

«Abbiamo rilevato che l’integrazione sociale diventa effimera se non ci sono percorsi professionali e azioni specifiche a sostegno del lavoro e di un accompagnamento che va oltre le comunità di accoglienza. Il progetto ha come soggetti 40 giovani, non solo migranti o profughi ma anche italiani, 20 a Catania e 20 nella provincia di Ragusa. Stiamo sperimentando due modalità di inserimento lavorativo diverse: a Catania un percorso per acquisizione di competenze professionali con stages aziendali di un mese. A Chiaramonte e Ragusa invece stiamo sperimentando i tirocini formativi direttamente in azienda per avere esperienza di lavoro e relazione all’interno di un ambiente professionale».

In quali professioni questi ragazzi possono mettersi alla prova?

«A Catania c’è una richiesta molto forte di magazzinieri, per alberghi e varie altre strutture. A Chiaramonte il settore artigianale è molto battuto, uno dei ragazzi sta imparando a fare il fabbro, un altro sta lavorando in un’azienda artigianale; c’è un’azienda agroalimentare, due cooperative agricole coinvolte che impiegano cinque ragazzi. Chiaramente, quando veniamo in contatto con le storie, c’è una fase di ascolto fondamentale per l’orientamento professionale di questi giovani».

Faresistemalogo
Come siete venuti in contatto con le aziende che ospitano i ragazzi?

«La ricerca è avvenuta per contatti diretti, ci siamo presentati alle aziende, abbiamo spiegato il progetto e abbiamo chiesto loro di aiutarci; devo dire che c’è stata una buona accoglienza e le aziende cofinanziano l’indennità di progetto. In alcuni casi non c’è stata accoglienza, ma è mancata non per un pregiudizio nei confronti dei giovani, ma per la situazione di crisi economica».

Come si spiega tale accoglienza?

«Siamo nelle fasi iniziali del progetto e questo ci fa stare con i piedi per terra. Ma premesso questo, penso che tutto dipenda dalla tipologia di accoglienza che viene fatta sul territorio. Ad esempio, se uno va a Mineo, verso Caltagirone, la popolazione è molto infastidita dalla presenza dei migranti, perché ci sono circa 2000 persone e una concentrazione così alta in un piccolo territorio, dove si interviene quasi esclusivamente per risolvere il l’emergenza dell’accoglienza, provoca qualche problema. Noi invece facciamo una proposta che va oltre l’emergenza, aiutiamo questi ragazzi a imparare un mestiere; solo in questo modo potranno pensare a un futuro concretamente migliore e soprattutto avranno la possibilità di integrarsi con tutti gli altri, senza creare problemi alla comunità, ma diventando invece una risorsa. Se pensiamo poi che alcuni ragazzi del progetto non sono solo migranti, ma anche italiani, si capisce che tutto può essere un valore aggiunto per il territorio, le imprese e le famiglie».

Voi parlate di accoglienza diffusa…

«Sì, mi riferisco soprattutto a Chiaramonte, che è un centro molto piccolo dove abbiamo 50 persone che non fanno un gruppo a sé stante, ma sono distribuite in modo omogeneo nel paese in piccoli appartamenti residenziali. Questa presenza “diffusa” genera la relazione che porta ad equilibri sociali nuovi, stabili, vince la paura e aiuta a risolvere i problemi».

In fin dei conti, significa un po’ “fare sistema”?

«Vuol dire sperimentare nuove procedure che favoriscono intercultura e integrazione vera con la popolazione. La novità che proponiamo è quella di cercare dinamiche di rete a livello nazionale, creando un sistema dove possono incontrarsi le risorse del territorio nazionale. Stiamo cercando di fare in modo che le competenze acquisite a Ragusa un ragazzo le possa poi utilizzare a Milano, per fare un esempio; ma per fare questo ci vogliono un’azienda e una famiglia che accolgano il giovane: stiamo lavorando proprio su due banche dati nazionali apposite, famiglie e imprese, per rendere concreto questo “corridoio umanitario interno” che favorisce un’integrazione a più livelli». 

 

 LINK AL PROGETTO: FARE SISTEMA-OLTRE L'ACCOGLIENZA

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