UMANITÀ NUOVA

Fra etnie e culture

Erbil

 

Il 13 Febbraio scorso, durante la scuola internazionale «Working for fraternity» è intervenuta con un collegamento in diretta Malu Villafane, che ha portato ai presenti la sua esperienza come educatrice in un campo profughi a Erbil, nel Kurdistan iracheno.

di Paolo Balduzzi

«Mi chiamo Malu, vengo dalle Filippine. Vivo a Erbil, nel nord dell’Iraq, dove, nel 2010, ho inziato una scuola per i bambini kurdi. Oramai vivo qui dal 2010.

In questi cinque anni, ho avuto l’occasione di lavorare presso il santuario locale, organizzando un po’ di attività. Nell’agosto scorso, il santuario è diventato un campo per i profughi. Le città di Sinjar e Mosul con i suoi villaggi adiacenti, come Qaraqosh, Qaramlesh, Bartalla e altri, sono stati invasi dall’ISIS. Gli abitanti si sono rifugiati in Kurdistan, dove sono scappati lasciando tutto, e quindi sono arrivati da noi. I bambini nel campo erano persi, c’era un’aria pesantissima, di grande pessimismo. Insieme ai responsabili del centro, abbiamo iniziato alcune attività per i ragazzi dal 5 fino al 14 anni. Parlandone nella mia scuoIa fra colleghi, alcuni di loro hanno voluto lavorare insieme a noi».

In questi anni com’è stata la convivenza tra i cristiani, musulmani, gli Yazidi e le altre etnie come kurdi, turkmeni, ecc.?

«C’era rispetto tra loro. Lavoravano insieme, facevano le cose insieme. Lavoro con i kurdi, con i turkmeni, arabi e altri stranieri. Quando c’è stato la crisi all’inizio di agosto dell’anno scorso, tanti kurdi hanno dato la loro disponibilità per ospitare i profughi in casa loro. Il popolo nel Kurdistan non condivide questo massacro».

Quando è iniziata la crisi dei profughi a Erbil? Dove si sono sistemati? Quali prospettive possono avere per i prossimi mesi?

3 Malu con chitarra
«La crisi che ha causato queste forzate migrazioni è iniziata già da giugno dell’anno scorso e si è aggravata agli inizi di agosto. La gente ha perso tutto: casa, lavoro, scuola ; tanti di loro si sono rifugiati inizialmente nei palazzi vuoti, nelle chiese, lungo la strada e quando hanno potuto, presso i parenti a Erbil.
Molte NGO, insieme alla Chiesa, hanno dovuto affrontare l’emergenza senza nessuna preparazione. Avevano bisogno di tutto! Insieme abbiamo raccolto tante cose di prima necessità. In quel periodo la temperatura di giorno saliva quasi a 50°C, un inferno, e ora durante l’inverno fa tanto freddo. Le tende non bastano per accudire migliaia di famiglie. Ci sono campi che non hanno acqua e cibo per alcuni periodi di tempo.

Eppure, dopo un po’ di mesi, nel campo dove lavoro i bambini hanno iniziato a sorridere, a giocare, a provare altre esperienze fuori dal campo, come andare in piscina o nel parco pubblico. I genitori, vedendo la gioia dei loro figli, hanno iniziato a ritrovare la speranza. Loro stessi, invece di aspettare, hanno iniziato a pulire il campo, a cucinare e a darci una mano. C’è chi è rimasto, mentre altri hanno deciso di lasciare tutto per trovare una vita migliore fuori dall’Iraq. Dopo aver vissuto con loro questa drammatica situazione, la mia vita si è capovolta. Il mio soggiorno qui in Iraq ha trovato un senso profondo perché ho vissuto per una fratellanza universale!»

Appunto, ma ha senso lavorare per la fraternità? Cosa ti spinge a continuare a lavorare nel campo? Ci puoi dire la tua esperienza?

4 campo lavori 1
«Si, senz’altro! Se guardo alle circostanze dal punto di vista umano, mi scoraggio e scapperei via. Invece, se guardo tutto quello che accade attraverso con l’occhio di una speranza fondata sulla vera fede, riesco ad andare al di là delle sofferenze che vedo.

Ho pensato alla beatitudine: «Quando ho avuto fame, mi hai dato da mangiare; quando  ero triste,
mi hai consolato…. » Queste parole mi danno la forza di affrontare le difficoltà quotidiane che incontro mentre lavoro nel campo. Tanti di loro hanno perso la speranza perché hanno perso tutto. È difficile spiegare o descrivere il dolore che c’è. Questa opportunità mi ha spalancato il cuore e l’anima per accogliere l’altro come un fratello, come una sorella. Mi ha dato la possibilità di uscire dal mio mondo "comodo"  per mettermi a servizio degli altri. Voglio vivere per la fratellanza universale non perché posso risolvere i problemi di questa gente ma perché, con i piccoli passi che faccio, posso lasciare un seme, sapendo che la pace continua a crescere soprattutto nelle piccole cose per gli altri che facciamo tutti i giorni».

Secondo te, cosa possiamo fare noi da qui per aiutarvi e per essere vicini a queste persone?

Campo 1
«Credo che bisogna affrontare le radici di questo problema cioè ‘la disinformazione’. Difondere una cultura che accoglie, che ascolta soprattutto fra popoli e religioni diverse nelle vostre città attraverso varie attività o progetti già abbattono tante barriere.
Anche non se ne parla tanto nelle notizie, l’emergenza è tuttora in corso. Vi ringrazio per il vostro aiuto e continuiamo a credere che la Pace è possibile».



© Photo Copyright  Copertina Kurdistan Photo, Creative Commons License
© Photo Copyright  foto interne Malu Villafane, all rights reserved

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