UMANITÀ NUOVA

Armonia sociale e arte

MGinetta
Giuseppe Dipietro
, membro della commissione per l’armonia sociale del Movimento Umanità Nuova, si è recato in Brasile, nella regione di San Paolo, dal 18 al 27 Ottobre. Ha partecipato alla prima convention delle organizzazioni sociali dell’America Latina che si ispirano ai valori della fraternità universale proposta dal Movimento dei Focolari. 

Abbiamo raggiunto telefonicamente Giuseppe a casa sua, a Ispica, in provincia di Ragusa:

 Una prima impressione sul tuo viaggio…

«E’ stata un’esperienza unica nella mia vita: certo, non sono andato né a fare il turista, e non ho visitato tutto l’immenso Brasile; sono stato con le persone, ho coltivato rapporti con persone di tutta l’America Latina. E ho scoperto un mondo che prima non conoscevo…»

A Vargem Grande Paulista hai partecipato a questa prima convention delle organizzazioni sociali del Movimento dei Focolari. Cosa hai scoperto?

«Prima di tutto l’ascolto, sono stati giorni di grande ascolto. I lavori della convention si sono concentrati sul mettere in “rete” le 25 realtà sociali del Brasile prima, e poi di tutta l’America Latina. Ma una rete non è una cosa automatica, non si costruisce dal niente, è necessario conoscersi, e noi abbiamo prima di tutto fatto questo. Ci siamo ascoltati, ma l’ascolto era attivo, era una vera e propria metodologia di lavoro».

Il passo successivo?

«L’ascolto ha messo in rilievo non solo la vitalità di tutte queste associazioni, ma anche la solitudine in cui vivono tante di queste realtà, con un senso di smarrimento, di dubbio, a volte di impotenza di fronte alle situazioni difficili che il lavoro nel sociale porta ad affrontare. Il passo successivo quindi è stato quello di riconoscersi tra uguali e, ciascuno con le proprie differenze, riscoprire la propria identità, la propria vocazione, e sentire non più che si è soli, ma appunto si è “in rete”, insieme ad altri a cercare di risolvere i problemi. Questo nuovo coraggio non solo crea sinergie di idee e proposte concrete sul territorio, ma a volte fa scaturire quella soluzione impensata a quel tipo di problema. In estrema sintesi, è questo il lavoro che abbiamo cercato di fare».

Perché la maggior parte di queste associazioni lavorano in ambito educativo?

«Questo è il frutto non di un caso, ma di una scelta ben precisa, orientata al bene comune. Il Movimento dei Focolari opera sempre nel territorio guardando la realtà sociale che esiste sul posto. Lavorando in questo modo è venuto in rilievo come fosse necessario essere attivi nel campo della formazione e dell’istruzione, proprio per offrire gli strumenti necessari a ridare speranza a tutto il continente. Questo anche perché nei contesti a forte disuguaglianza sociale sono proprio i giovani e i bambini i più esposti». 

C’è un esempio di queste associazioni che ti ha particolarmente colpito?

«La Fazenda de Esperanca, solo loro hanno 25 entità in tutto il Brasile, più altre case in Germania, in Italia, in altre parti del mondo. Fanno un lavoro straordinario per il recupero dei giovani con problemi di tossicodipendenza, rendendoli soggetti attivi nel lavoro e nel recupero della dignità perduta. Un lavoro immenso, premiato con la visita di Papa Benedetto durante il suo viaggio in Brasile nel 2007».

Avete realizzato anche una sorta di censimento?

«E’ stata la Uniredis, la società che ha promosso il convegno, a realizzare anche il censimento,  uno studio e un programma di visite alle varie realtà. La Uniredis è il gruppo di lavoro che ha raccolto la vita di tutte queste associazioni per il Brasile. Un altro gruppo di lavoro ha lavorato per l’ispanoamerica. I due gruppi hanno poi interagito, si sono messi insieme, mostrando una “mappa” di tutte le associazioni attive che hanno un impatto considerevole sulla realtà sociale nei vari territori».

Cosa è emerso da tutto questo lavoro?

«E’ stata chiara la necessità di trovare delle linee guida, che aiutino ogni realtà a capire come deve muoversi, come deve lavorare secondo la fraternità universale, mettendo in atto una metodologia che rende forte la rete e aumenta le possibilità di riuscita dei progetti. Per far questo sarà necessario usare anche una piattaforma informatica di dialogo, che permette alle varie associazioni, così distanti geograficamente, di interagire in tempo reale».

Quale sarà, a tuo avviso, il contributo del Movimento Umanità Nuova in questa nuova fase potrà dare alla vita e al lavoro di queste associazioni?

«E’ un contributo bidirezionale, nel senso che Umanità Nuova, come braccio sociale del Movimento dei Focolari, è portatore di questo carisma di fraternità proprio negli ambienti in cui operano queste associazioni. Il Movimento vede il continente latinoamericano particolarmente adatto a sviluppare un’idea di armonia sociale, perché è il continente emblematico dove la disuguaglianza sociale è viva con tutte le conseguenze che sappiamo. Quindi da una parte Umanità Nuova può sostenere e incoraggiare il lavoro di queste realtà, facendo trovare loro una casa in cui sentirsi riconosciute, un sistema di rapporti grazie ai quali i vari soggetti trovino la linfa vitale per andare avanti. Di ritorno, Umanità Nuova, e quindi tutto il Movimento dei Focolari, troverà ricadute positive sull’armonia sociale che si può costruire sul territorio, facendo avanzare concretamente l’idea e l’esperienza che un mondo più unito è possibile. E poi, a mio avviso, Umanità Nuova potrà trovare anche nuove leve nei giovani, particolarmente sensibili al lavoro sociale in questi Paesi; ho visto in Brasile giovani ricchi di iniziative concrete, idee, progetti, speranze che non possono essere deluse. Sono proprio loro, i giovani, i primi da incoraggiare e sostenere».

Quello che tu proponi è un compito di “servizio”, attuale anche secondo il pensiero di Papa Francesco.. 

«Ma è davvero così. Come ho appena detto le disuguaglianze sociali sono ancora enormi in America Latina, e la fraternità può essere una risposta. Il Vangelo è una risposta. Ma per fare questo c’è bisogno di una saldatura tra me e gli altri, per diventare “noi”. Ogni persona che vive il Vangelo deve sentire proprio anche il lavoro nel sociale portato avanti magari da altri che ne hanno la competenza o hanno sentito una vera vocazione per questo. Siamo diversi, non possiamo fare tutti le stesse cose. Ma tutti possiamo avere questo amore ai “penultimi”, che sono queste associazioni che lavorano per quelli che, impropriamente, chiamiamo “ultimi”. In questo modo tutti verranno resi “soggetti attivi”. Dovremmo lavorare di più e meglio insieme con i giovani, con le famiglie, con le parrocchie, con le altre parti attive in una città, per intercettare i bisogni della società, e fare in modo che le associazioni preposte possano lavorare sentendosi parte di un progetto più grande». 

 

Intervista a cura di Paolo Balduzzi

 

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